Beatitudini e dono della Pietà e del Timor di Dio

14.06.2019 Beatitudini e dono della Pietà e del Timor di Dio

Oggi riflettiamo sugli altri due doni dello Spirito Santo: la pietà e il timor di Dio. San Paolo, nella seconda lettera ai Corinzi, spiega benissimo le beatitudini, le descrive a suo modo. Spiega benissimo in tutta la lettera da dove provengono la forza e la gioia di essere tribolati ma beati: vengono dallo spirito. Partecipiamo con gioia ad annunciare la vita di Cristo, se partiamo dallo spirito ad affrontare ogni prova ed ogni morte a cui siamo esposti. San Paolo paragona i vasi di creta[1] a noi: non abbiamo la capacità di fare nulla, non abbiamo la forza di fare nulla, ma, come vasi di creta, abbiamo la possibilità di manifestare la gloria di Dio, attraverso la forza dello Spirito Santo, in ogni tribolazione. San Paolo specifica bene che questo essere vasi di creta e lasciare allo Spirito Santo la possibilità di usarci, è per amore verso gli altri; potremmo dire che questa è l’evangelizzazione ed è anche imitare ciò che ha fatto Gesù Cristo. Anche tutte le beatitudini sono l’essenza dell’essere seguaci di Cristo, che essendo passato in ogni tribolazione, è stato beato in tutto il Suo percorso sulla terra. Sappiamo anche che in Gesù Cristo, nella fede, noi non possiamo essere sconfitti e San Paolo lo annuncia: per la Vita Vera, noi abbiamo vinto[2]. Egli oggi lo dice: “Siamo tribolati ma non schiacciati, sconvolti ma non disperati, perseguitati ma non abbandonati, colpiti ma non uccisi”[3]. Non possiamo essere vinti perché Gesù ha vinto il mondo e l’ha vinto per noi. È sempre un’azione dello Spirito Santo, un’azione della fede. È per mezzo del sacrificio di Cristo che ci è stata donata la forza di vincere il mondo, non è una nostra capacità; noi siamo vasi di creta. Come abbiamo detto in tutta questa settimana, se guardiamo queste parole partendo dallo spirito, se le sappiamo ascoltare, hanno un senso, le riconosciamo nel nostro spirito, ci portano ad essere beati e anche se piangiamo, siamo beati. Secondo lo spirito del mondo le tribolazioni e la morte sono una sconfitta tremenda, invece, come dice San Paolo: portiamo dentro di noi la morte, perché in voi viva la vita[4]. La forza, la sapienza, sono tutti doni dello Spirito Santo, lo abbiamo sentito, tutto proviene da Dio. Non servono a nulla la nostra forza, la nostra sapienza e la nostra scienza, perché queste capacità sono sempre mischiate con la furbizia, con i compromessi, con gli attaccamenti, con i bisogni. Tutti i doni e le conoscenze che abbiamo, anche l’essere intelligenti umanamente, l’aver studiato, se consegnati a Dio, alla Sua sapienza e lasciandoli usare da Dio, diventano un dono, altrimenti sono un impedimento. Vedete che, come descrive bene San Paolo, così siamo davanti al vero abbandono, quell’abbandono che ci fa dire al Signore: “Fai Tu”. Quell’abbandono che sa che il Signore fa bene ogni cosa, perché Egli sa cosa fare anche con me e attraverso di me. È un cammino che consiste nell’entrare a vivere sempre più le leggi dello Spirito, è un cammino che si può fare solo in comunione. Non è a caso che il Signore continui a richiamarci alla comunione. È vero che la comunione è quell’esempio che attirerà altri, infatti anche negli Atti degli apostoli è detto che si amavano[5] ma è anche vero che la comunione è l’unico strumento per attivare la vita dello Spirito dentro di noi. Nessun uomo da solo può farcela, è impossibile perché va contro le leggi dello Spirito, non può farcela. È una comunione tra le persone che hanno deciso di percorrere la stessa strada, perché non si può far comunione con chiunque. È Dio che passa attraverso i fratelli e le sorelle a risvegliare quelle leggi dello Spirito Santo, a risvegliare le beatitudini, lo fa con chi ha deciso di vivere beato.

Oggi parliamo della pietà che deve partire dallo Spirito, perché ogni parola, ripeto, che ci è stata insegnata così per secoli, l’abbiamo portata tutta sul livello umano, su una pietà umana. La vera pietà nasce sempre dal voler conoscere e gustare Dio e voler conoscere, gustare e penetrare il Suo pensiero; questa è la pietà. È sempre un agire per portare il pensiero di Dio e, proprio perché desideri quel pensiero, vedi le tribolazioni come beatitudini e vai oltre per pietà, accettando queste tribolazioni perché il pensiero e la luce di Dio entrino anche negli altri. In questo senso pietà, che non è compassione, non è pietà umana che dice “Ti do un pezzo di pane” ma è la pietà che desidera che l’altro conosca la grandezza, il volere e l’amore di Dio. Questa pietà è proprio ciò che ha fatto Gesù, è proprio seguire ed imitare Gesù, è proprio vivere le beatitudini come le ha vissute Gesù, per lo stesso motivo di Gesù che ha dato la vita per noi; è il dare la vita uno per l’altro, perché nell’altro si risvegli la Vita. San Paolo, nella lettera ai Corinzi che leggeremo domani, afferma proprio quello che è il cuore del battesimo, ovvero che Cristo è morto per noi, per riconciliarci con Dio, e anche la nostra vita è morta e noi non conosciamo più nessuno secondo la carne, non abbiamo più una vita secondo la carne, ma la nostra vita è sepolta in Cristo[6]. Sono parole belle, però se non ne comprendiamo la portata, il cammino delle beatitudini sarà un cammino faticoso, invece, se ne capiamo la portata, il cammino delle beatitudini è un cammino verso la pienezza, verso la gioia piena. San Paolo afferma che: “Cristo è morto per noi allora anche noi siamo morti, in noi vive la morte perché negli  altri viva la Vita”,[7] ma se il cristiano non penetra questo mistero come può scoprire cos’è essere figlio di Dio? Come può scoprire la grandezza della resurrezione? Guardate che quando San Paolo parla della “carne[8]” si riferisce al pensiero del mondo, quello che lui chiama “carne” è il pensiero corrente del mondo, che a volte, spesso, è anche il nostro pensiero. Paolo dice appunto che questa non è un’opera di uomo ma di Dio, che con il Suo Spirito ci trasforma e ci fa diventare ministri della nuova alleanza, ambasciatori di Cristo[9]. Il cammino del cristiano è il cammino dei figli di Dio che puoi fare solo in comunione, perché la tua carne, la tua vita nella carne, il pensiero del mondo in te, il tuo pensiero, muoiono solo nella comunione; altrimenti, come dicevo prima, non possono morire.
Adesso parliamo del timor di Dio come dono dello Spirito Santo. Anche il timore, umanamente, può essere paragonato alla paura, alla paura di Dio. Adamo ha avuto paura di Dio, si è nascosto[10] e portiamo ancora le conseguenze di questo nascondimento. È chiaro che il dono del timore di Dio non è timore nel senso di paura ma è quel timore che nasce dall’amore; l’amore che non vuole offendere o ferire l’amato, il timore di far male, il timore di amare troppo poco, il timore di non aver compreso fino in fondo l’amato, di non averlo capito, compreso e di non aver fatto abbastanza. La paura genera sempre la morte e la morte non ha nulla a che fare con Dio. Quindi è chiaro che con questa parola “paura” agisce Lucifero, come ci ha detto lo Spirito Santo sabato[11]. Quante volte è stata usata la parola di Dio per buttare dei pesi, per schiacciare, per insinuare paure; questa è proprio un’azione diretta e specifica di Lucifero che ci governa con la paura e, prima di tutto, con la paura della morte. Allora capite che il timor di Dio non può mai essere legato alla paura, neanche alla paura di peccare. Io non voglio peccare perché amo Dio, non perché ho paura di offendere Dio o del Suo castigo. Non puoi perdere Dio neanche col peccato (e qualcuno a questa affermazione potrebbe scandalizzarsi) perché hai sempre l’arma di lasciarti amare e di lasciarti abbracciare, se riconosci il tuo peccato e chiedi perdono.  Puoi perdere Dio solo se vuoi perderLo, altrimenti Egli non ti lascia mai. Pensate che bello se anche nei rapporti fra noi, e deve essere così, avessimo il timore di offenderci l’un l’altro per amore. Pensate che bello se ogni volta prima di parlare, anche a fin di bene, anche quando voglio dire qualcosa di bello, anche quando voglio comunicare un pensiero che credo essere giusto, mi domandassi per timore di far male all’altro: “Gli farò male?”. Pensate che bello, se prima di parlare con gli altri, domandassi a Dio, al mio angelo e all’angelo degli altri “È bene che gli parli? È bene che glielo dica? Altrimenti non lo faccio, mi offro e basta, perché ho timore di fargli male, perché lo amo”. Non parlo di offendere umanamente; noi invece siamo bravi a stare attenti a non offendere qualcuno umanamente: “Gli faccio un regalo altrimenti si offende, vado a cena se no si offende, se non faccio così può offendersi, se non vado al funerale si offende”; questi sono pensieri umani, non c’entrano niente con il dono del timore. Io parlo dell’offesa vera: quella della vita di Dio. In questo senso non ci facciamo tanti problemi, ci andiamo giù pesanti o stiamo zitti, o abbandoniamo. Ci preoccupiamo molto a non offendere l’altro a livello umano, ma non prestiamo attenzione a non offenderlo quando gli imponiamo il nostro pensiero. Quando abbiamo parlato del dono del consiglio abbiamo più volte detto che il nostro pensiero può allontanare l’altro dalla volontà di Dio, perché nessuno può dire con certezza “Io so qual è la volontà di Dio per l’altro” e, in questo modo, con il mio pensiero, posso contribuire a sviarlo da quello che Dio ha previsto per lui. Bisogna stare attenti, bisogna usare il timor di Dio, usare pietà, pietà per la vita di Dio nell’altro: egli può anche morire di fame ma se incontra Dio meglio che muoia di fame, può morire in mezzo ai dolori ma se è la strada per incontrare Dio meglio che succeda. Faccio esempi forti per capirci. Nel vero timor di Dio e in tutti i doni dello Spirito Santo che abbiamo già visto essere collegati, nasce l’offerta vera l’uno per l’altro, l’offerta che promuove la vita di Dio nell’altro, quella che sa che è Dio che deve fare, che è Dio che fa, non io, che Dio agisce sempre, non io, che Dio è sempre all’opera, che Dio sempre perdona, guarisce, solleva, accoglie; è quell’offerta a Dio perché nell’altro viva questa Vita, non imponendogliela ma offrendosi affinché l’altro si risvegli nello spirito e entri nella consapevolezza di chi è Dio. Ci è stato detto che spesso, più che per cattiveria, molti si perdono per l’ignoranza di Dio, perché è sempre stato presentato un dio che non è Dio, un volto di Dio che non è quello vero, un volto della Misericordia che non è quella vera, un volto della pace, della comunione, dell’amore che non è quello vero e, per questa ignoranza, molti si perdono. Questi passi, fatti a favore dell’altro, portano sempre a delle conseguenze positive in noi: nascono la vera fede e l’abbandono. Riparte davvero l’energia primaria che porta anche noi ad andare sempre più nel profondo a capire le leggi dello Spirito e, in continuo, parte il percorso della vita: lo stare davanti a Dio, il guardarci nel volto di Dio, rispecchiare in Lui il nostro volto, vedere sempre meglio la nostra identità e la nostra missione. Questo è il percorso della vita in Dio. Vedete che questo cammino è molto attivo, non è passivo, è un percorso che si rapporta sempre con gli altri e che uno non può fare da solo mettendosi davanti al Santissimo, perché, questo percorso, ha bisogno del confronto, è un percorso concreto, è vita. Del resto Maria Santissima e San Giuseppe lo hanno dimostrato con la vita, diventando Maria Santissima e San Giuseppe.
Vi consiglio nei nuclei, fra di voi, a due a due, condividete su quanto abbiamo detto adesso e in questa settimana. Condividete di come vedete l’uno nell’altro questi sette doni, queste beatitudini, questa vita che parte. Questo è vivere il nucleo. Non è solo “pregherò per te, prega per me” ma è anche “cosa dici tu? cosa pensi tu? tu come l’hai capito?” e lasciatevi illuminare da Dio su quello che manca. Questo prendetelo come un percorso per la settimana prossima fino al Corpus Domini. Domani entriamo nella vigilia della Trinità. Io lo so e vi dico che ne sono sicuro che lo Spirito Santo dentro ognuno di noi ha agito e ha donato i Suoi sette doni. Adesso spetta a noi metterli in pratica.

E per intercessione di Maria e di tutta la Chiesa io vi benedico e il Signore vi benedica nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.

[1]Si riferisce a 2Cor 4, 1-15

[2] Ibidem

[3] Ibidem

[4] Ibidem

[5] Si riferisce a Atti 2

[6]Si riferisce a 2Cor 5,11-21

[7] Ibidem

[8] Ibidem

[9]Ibidem

[10] Si riferisce a Gen 2 e Gen 3

[11]Si riferisce al messaggio dello Spirito Santo del 8 giugno 2019 “Il tempo delle Beatitudini” contenuto nel libro “Verso la nuova creazione” volume VI anni 2018-2019

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